I materiali che scelgo, e perché

La calce viva, a contatto con l’acqua, si spegne e diventa grassello. Poi viene la maturazione, che può durare mesi, a volte anni. È più lenta da lavorare. Chiede tempi di attesa fra una mano e l’altra. In cambio dà una parete che respira, che aiuta a tenere lontane le muffe, che con gli anni prende una patina invece di ingiallire.

La canapa isola con carichi contenuti, cresce in pochi mesi con pochissimi trattamenti, e a fine vita si recupera più facilmente. Il cotto fatto a mano non ha due pezzi identici — è quella leggera irregolarità che lo distingue dal cotto industriale, e che in una superficie fa la differenza tra una parete morta e una viva.

Non scelgo un materiale perché è “innovativo”. Lo scelgo perché fa un lavoro preciso in quello spazio preciso: la calce dove serve traspirabilità, la canapa dove serve isolamento leggero, il cotto dove la superficie deve invecchiare bene sotto i piedi o sotto le mani.

La calce si usa da millenni. L’innovazione, per come la vivo io, sta anche nel conoscerla abbastanza da usarla bene oggi — e nel chiedersi cosa succede a quel materiale fra vent’anni, non solo alla consegna del lavoro.

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