Quando si parla di biofilia, la prima immagine che viene in mente è quella delle piante: pareti verdi, giardini verticali, vasi ovunque. Ha senso, ma nel mio lavoro la biofilia comincia molto prima delle piante. Comincia dai materiali con cui è fatta la casa.
Una finitura a calce può assorbire e rilasciare parte dell’umidità presente nell’aria — il risultato, però, dipende da tutto il sistema della parete, non soltanto dall’ultimo strato. Ha una superficie meno uniforme, reagisce alla luce durante il giorno e acquista profondità con le variazioni di tono. Il legno, la canapa, la terra cruda, quando e dove è possibile usarli: sono materiali che hanno una relazione diretta con chi vive lo spazio, non solo con chi lo guarda in una foto.
Poi certo, ci sono anche le piante, la luce naturale, la vista su un giardino o su un cortile interno — tutte cose che aiutano. Ma se la base della casa è fatta di materiali scelti senza considerare luce, umidità, tatto e rapporto con l’esterno, aggiungere una parete verde diventa un’operazione estetica isolata, non un sistema coerente. Preferisco partire dal contrario: prima scelgo i materiali che rendono lo spazio vivo di suo, poi, se ha senso, si aggiunge il verde.
C’è anche una parte più pratica che spesso viene dimenticata. Una casa pensata con criteri biofilici tiene conto di come cambia la luce durante il giorno, di dove mettere le zone di sosta rispetto alle finestre, di quali superfici toccare più spesso — una parete che si tocca ha bisogno di una finitura diversa da una che si guarda soltanto. Sono aspetti che valuto insieme a chi quella casa la userà ogni giorno.
Una casa può essere bellissima in fotografia e poco piacevole da vivere. Per capirlo bisogna restarci dentro, vedere come cambia la luce e osservare quali sono i punti in cui viene naturale fermarsi. La biofilia, per me, comincia da qui.


