La materioteca è la parte del mio lavoro che si vede meno, ma che uso di più. È una raccolta di campioni reali — intonaci, calci, pigmenti, spatolati, legni, tessuti — che porto con me o che mostro in bottega, perché un cliente non dovrebbe mai scegliere un materiale guardando solo una foto su uno schermo.
Una foto racconta il colore, più o meno. Non racconta la texture sotto le dita, come cambia con la luce della stanza specifica, come reagisce vicino a un altro materiale che magari è già presente in casa — un pavimento, un infisso, un mobile. Ho visto scegliere colori bellissimi in campionario che poi, sulla parete reale, con la luce reale di quella stanza, non funzionavano affatto. Il campione fisico riduce molto questo rischio. Quando serve, preparo anche una prova più grande direttamente sulla parete.
La materioteca cresce con ogni cantiere. Ogni volta che provo un nuovo impasto, una nuova finitura, una variazione di pigmento, quel campione entra nella raccolta — non per venderlo così com’è, ma per avere un punto di partenza reale quando qualcuno mi chiede una superficie simile, ma più calda, più opaca o capace di invecchiare meglio. È un archivio di prove fatte, non di teoria.
Uso la materioteca soprattutto nella prima fase, quella in cui il cliente ancora non sa bene cosa vuole ma sa cosa non vuole. Toccare materiali diversi, metterli vicini, guardarli con la luce della stanza in cui andranno: è un modo di lavorare più lento del semplice scegliere da un catalogo, ma è anche l’unico modo che conosco per evitare scelte di cui ci si pente dopo.
Non è un servizio a parte. È semplicemente il mio modo di lavorare. Ogni consulenza parte da lì: prima i materiali veri in mano, poi il progetto.


